Le fantastiche interazioni pianta-erbivoro Ambiente

Agli erbivori piace brucare e pascolare, senza alcun dubbio. Non credo di essere ancora in grado di dire con certezza se anche alle piante faccia piacere esser brucate. Ma penso di si.

Le attività esercitate dagli erbivori rivestono un ruolo  ecologico estremamente importante. Sorprendenti modifiche, dirette ed indirette, sono tangibilmente impresse proprio sulla vegetazione. Pensate alle spine e agli aculei. La spinescenza* e la produzione di sostanze tossiche* infatti altro non sono che alcune delle risposte alle spietate lotte ataviche tra erbivori e piante: la loro coevoluzione ha creato quello che oggi chiamiamo, in molti casi e forse talvolta in modo criptico, se non addirittura erroneo, “equilibrio vegetazionale”.

Tenete comunque conto che la pressione selettiva e la selezione naturale agiscono su entrambi gli attori in gioco. E come il combattente si dota di scudo e corazza, così l’avversario fabbrica armi sempre più affilate ed efficaci.

In natura infatti pochi sono gli equilibri invariabili nel tempo, poiché tutto è in divenire, in perenne mutamento. La dinamicità delle interazioni naturali conduce a modifiche che spostano continuamente gli “equilibri” e, nel complesso, cambiano la fisionomia intrinseca dell’ecosistema. Per molti versi, lo stretto rapporto pianta-erbivoro è di tipo simbiontico.

Invece, troppo spesso si equipara e confonde l’impatto con il danno. Ma sono cose completamente diverse. Infatti in molti casi si tende a dire che gli erbivori infliggano alla vegetazione un “danno”.  Ma non è sempre corretto né giusto.

Facciamo un po’ di chiarezza sul significato dei termini: la parola “danno” sottintende sempre un’accezione negativa, riconducibile ad esempio alle estreme conseguenze di un’azione che talvolta confligge con categorie di interessi legati all’uomo.

Da un punto di vista squisitamente naturalistico, l’impatto dell’erbivoro produce numerosi e profondi effetti sulla struttura e sulle funzioni ecologiche di un intero ecosistema, ma ben lungi dall’essere sbrigativamente classificati con la parola “danno”… proprio per questo è giusto chiamarli “effetti”.

Inoltre, contrariamente al comune pensare, le attività di brucamento, pascolamento o, nel caso del Cinghiale, di grufolamento e sentieramento, possono produrre una serie di effetti benefici per l’ecosistema. Se commettiamo l’errore di chiamarli aprioristicamente “danni” poniamo un pregiudizio di fondo che ci conduce alla convinzione che gli effetti siano sempre e solo negativi. Dipende.

In alcuni casi ad esempio, può essere introdotta una soglia degli “effetti” oltre la quale l’effetto si traduce in vero e proprio “danno”. Sia chiaro: una pianta brucata o scortecciata è sì danneggiata, ma non necessariamente tale danno ha una ripercussione a carico della fitocenosi. Insomma, bisogna verificarlo!

Mi spiego meglio con le parole di Friedrich Reimoser: non ogni ramoscello spezzato o foglia brucata è un danno alla pianta, e non ogni pianta danneggiata è un danno alla vegetazione.

La radice di questa importante considerazione risiede nel fatto che nelle piante e nelle loro comunità sono presenti risposte di compensazione tali per cui le interazioni pianta-animale possono divenire sostenibili nel lungo tempo. Si parla giustamente di armonia di rapporti che essenzialmente dipende dalla qualità e intensità della pressione esercitata dall’erbivoro sull’ecosistema.

Con particolare riferimento alle politiche di conservazione della natura, deve essere digerita la considerazione fondamentale che nei casi in cui il rapporto pianta-erbivoro possa essere definito “sostenibile” debbano venire accettati cambiamenti, anche profondi, nella struttura degli ecosistemi.

Non lo dico io, ma lo testimonia la presenza stessa di spine e aculei, nonché dei repellenti gustativi ed olfattivi messi in campo dalle piante!


Se volete approfondire leggete queste pubblicazioni:

Impacts of wild ungulates on vegetation: cost and benefits

Herbivory in a Mediterranean forest: browsing impact and plant compensation


* Note: chiaramente, la produzione da parte delle piante di sostanze tossiche e/o spinescenza può avere cause indipendenti o non legate alla sola attività dell’erbivoro. Ad esempio, fattori climatici hanno influito nella trasformazione delle foglie in strutture con ridotto indice di area fogliare al fine di limitare l’evaporazione (vedi piante spinose tipiche degli ambienti aridi o con elevata insolazione), come anche nella secrezione di oli essenziali o sostanze simili.

N.B. inoltre, considerazioni  particolari devono essere formulate – caso per caso – in presenza di specie alloctone e/o invasive.


Pietro Bertolotto

” Conservation is a state of harmony between men and land”  

Aldo Leopold, padre dell’Ambientalismo scientifico

Classe ’92. Dopo gli studi classici mi sono laureato in Scienze agrarie presso l’Università di Pisa dove frequento il Corso di Laurea Magistrale Produzioni agroalimentari e gestione degli agroecosistemi.

I miei interessi spaziano dallo studio degli agrosistemi alla tutela dell’Ambiente in relazione alla conservazione della Natura. In particolare, durante il percorso accademico mi sono occupato di analisi faunistico-ambientali in varie aree naturali protette ed ho valutato l’impatto ambientale causato dalla fauna ungulata sia a danno degli agroecosistemi sia a carico degli ecosistemi naturali.

Colgo l’occasione del Blog dei Georgofili  per aprire dibattiti costruttivi su vari argomenti di interesse.

Potete scrivermi a pietro.bertolotto1@gmail.com oppure trovarmi qua: https://it.linkedin.com/in/pietrobertolotto

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