Il “test della vanga” per la valutazione della fertilità del terreno Agricoltura

Negli Stati Uniti ogni anno scompare una superficie agraria equivalente al doppio di quella occupata dalla città di New York.

Il Giappone ha sacrificato dall’inizio dello sviluppo economico metà delle proprie risaie e per l’alimentazione dipende quasi completamente dalle importazioni.

L’Italia ha sacrificato dal secondo dopoguerra due milioni di ettari: il processo anziché rallentare è in continua accelerazione. Già ad oggi l’Italia non è più autosufficiente in termini di cibo e deve importare almeno un quinto dei propri fabbisogni alimentari.

Ragionando su scala mondiale, coltivare e allevare animali per nutrire 6,8 miliardi di persone richiede una superficie pari all’intero Sud America. Se continuassimo ad usare i metodi tradizionali, entro il 2050 avremmo bisogno di un area aggiuntiva pari alla superficie del Brasile, una quantità di terreno coltivabile che non esiste.

Dopo questa breve introduzione, siamo in grado di comprendere meglio l’importanza che i terreni agricoli hanno per la popolazione mondiale. Per questo è fondamentale preservare la capacità di questi terreni nella produzione di cibo e correggere eventuali problemi o errori commessi.

Nello specifico, la capacità di un suolo di sostenere la crescita delle piante va considerata nella sua complessità, come somma della fertilità fisica, biologica e chimica.

Innanzitutto cosa intendiamo per fertilità? Esistono diverse definizioni ma quella che secondo me è più appropriata è quella che è stata definita dal botanico e agronomo inglese Albert Howard (1873 – 1947) nel suo ultimo libro “Un testamento agricolo”: “Fertilità è la condizione di un terreno ricco di humus in cui i processi di crescita delle piante sono rapidi, armoniosi ed efficienti; il termine fertilità implica, dunque, abbondanza, alta qualità e resistenza ai parassiti”.

La fertilità del terreno è un concetto complesso che ha tre dimensioni: fisica, biologica e chimica.

Per fertilità fisica si intende quando le particelle del terreno si aggregano formando piccole zolle, mobili, resistenti alle sollecitazioni prodotte dal vento, dall’acqua, dal calpestio e intersecate da una fitta rete di canali che permettono la circolazione di aria, acqua e la crescita delle radici.

Per fertilità biologica si intende quando un terreno è ospite di vita e pertanto dev’essere ben dotato di aria e acqua, di cibo per gli organismi terricoli, privo di sostanze a loro nocive e disturbato il meno possibile dalle lavorazioni. Proprio su questo ultimo aspetto ho letto qualche mese fa, un articolo scientifico (Cooper et al.2016 – Non-inversion tillage and soil C) che parlava di una meta analisi riguardante la ridotta lavorazione e la sua incidenza su vari aspetti nell’agricoltura biologica.

Infine, per fertilità chimica si intende quando un terreno ha una dotazione di principi nutritivi che permette alle piante di crescere in modo armonioso.

Possiamo dire che la fertilità fisica e biologica siano più importanti di quella chimica, questo perché sono gli organismi terricoli (fauna e microorganismi) che trasformano il materiale organico in humus ed elementi nutritivi. Anche un noto scienziato di nome C. Darwin ha speso gli ultimi anni della sua vita nello studio dei lombrichi (libro: “L’azione dei vermi” – 1881), in quanto era affascinato da questi importanti organismi e dalle loro dinamiche.

Per valutare la fertilità del terreno è fondamentale eseguire un test che è a costo zero, semplice e non impattante per l’ambiente, esso prende il nome di “prova della vanga”.

Questo test ci aiuta a definire il livello di fertilità e ci permette di stabilire se le lavorazioni, la tecnica colturale e le fertilizzazioni finora adottate sono state efficace, eventualmente, decidere quali correzioni effettuare.


“In natura non ci sono né ricompense né punizioni, ci sono conseguenze” Cit. Robert Green Ingersoll.

 

Dottore agronomo, classe 1993, fin da piccolo coltiva l’interesse per i temi ambientali. Alle scuole superiori ottiene un riconoscimento dal Rotary International di Pistoia – Montecatini – Terme del premio “Serietà e impegno”. Si sta specializzando nella gestione sostenibile dell’agroecosistema presso l’Università degli Studi di Firenze. Ad oggi collabora con una società occupandosi di Strategic Finacial Planning e contributi europei. Negli anni universitari gli è nato l’interesse per il climate change, grazie alla passione trasmessagli dal prof. Ferrini, in particolare lo studio della capacità che ha l’ambiente urbano nell’ adattarsi ai cambiamenti climatici.

Ha conosciuto l’Accademia dei Georgofili durante gli anni universitari. Ha partecipato a numerosi convegni e ritiene l’accademia un fiore all’ occhiello per la divulgazione scientifica, sia a livello nazionale che internazionale.

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